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Introduzione

Con l’introduzione nel nostro ordinamento del “patto di famiglia”, istituto da tempo atteso e caldeggiato, la trasmissione della ricchezza familiare, prevalentemente rappresentata dall’impresa e/o caratterizzata da una predominante dimensione mobiliare, può essere oggi programmata con lungimiranza.

Per lungo (forse troppo) tempo le norme che nel nostro ordinamento disciplinano le successioni mortis causa sono rimaste del tutto indifferenti rispetto alla qualità dei beni che formavano oggetto della successione. E questo nonostante fosse del tutto evidente il divario esistente tra una vecchia automobile, un appartamento in città, un’impresa individuale o un pacchetto azionario di controllo di una società quotata.

Questo disinteresse del nostro diritto successorio rispetto alla natura e al contenuto economico dei beni oggetto di una successione mortis causa era aggravato dal fatto che nel nostro Paese la presenza di imprese a carattere “familiare” è non solo elevata, ma diffusa addirittura all’interno del novero delle società quotate, e cioè là dove gli interessi non sono più circoscritti a pochi soggetti, ma coinvolgono il pubblico degli investitori.

Il punto fondamentale è che la scomparsa dell’imprenditore o del socio di riferimento porta spesso con sé problemi che possono compromettere il futuro dell’impresa. Non sempre, infatti, i discendenti dell’ imprenditore hanno le stesse capacità del loro predecessore, le stesse aspirazioni, le stesse felici intuizioni. Talvolta qualcuno di loro si rivela all’altezza del compito, ma viene ostacolato nella conduzione dell’impresa da quelli che non vi sono stati coinvolti e che, prima o poi, vogliono partecipare alla gestione pur senza averne le capacità. Altre volte la comune conduzione dell’impresa – anche tra discendenti che siano abili imprenditori – sfocia in una costante litigiosità generata da una divergenza sugli obiettivi da raggiungere, sui progetti da perseguire, sui metodi con i quali realizzarli.

Il risultato finale è tanto diffuso quanto scontato: la dissoluzione e la scomparsa dal mercato di quell’impresa creata dal de cuius e che in passato si era rivelata in grado di produrre e di diffondere ricchezza.

E’ in questo contesto che gli studiosi delle scienze economiche hanno sempre sottolineato che la continuità nella gestione dell’impresa ne rappresenta un valore fondamentale e che questo elemento, in un’impresa a matrice familiare, è fortemente influenzato anche (seppure non solo) dal rischio connesso al suo trapasso generazionale. La stessa Commissione europea (Raccomandazione 94/1069/CE) ha invitato gli Stati membri a sensibilizzare l’imprenditore ai problemi della successione e a indurlo a preparare l’operazione per tempo; nel contempo, ha esortato i legislatori nazionali a fare in modo che il diritto della famiglia e il diritto successorio non ostacolassero questa operazione.

Oggi, con l’introduzione del patto di famiglia, il rischio della dissoluzione dell’impresa per effetto della scomparsa del suo capo attuale è sicuramente molto ridimensionato.

Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che il “patto di famiglia” possa risolvere tutti i complessi problemi legati alla trasmissione della ricchezza familiare: il divieto dei patti successori e la disciplina della successione necessaria sono ancora ben presenti nel nostro ordinamento e, seppure in misura minore rispetto al passato, potrebbero ancora rappresentare degli ostacoli rispetto ad una strategia di trapasso generazionale dell’impresa familiare che possa sempre dirsi pienamente sicura ed efficace.

Resta comunque il fatto che – nonostante alcuni dubbi interpretativi che sarà compito dell’interprete risolvere in tempi brevi – il passo compiuto dal legislatore nella direzione di un diritto successorio più moderno e aperto alle nuove esigenze del sistema economico è sicuramente rilevante e da salutare con favore.

Ultima Modifica: 21/03/2006

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